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L’altro assalto a Capitol Hill: la guerra anglo-americana del 1812

L’incredibile assalto al Campidoglio americano da parte di sostenitori del presidente uscente Donald Trump ha sconvolto il mondo per molti motivi. Uno di questi è certamente di natura simbolica. Capitol Hill è infatti nell’immaginario collettivo l’essenza stessa della democrazia, luogo inviolabile e sacro della civiltà occidentale. Alcuni commentatori hanno ricordato come l’unico altro precedente di assalto al Congresso statunitense risalisse al 1814, per mano degli inglesi. Ma in che contesto avvenne? Cosa fu la guerra anglo-americana del 1812-15, largamente ignorata dai nostri libri di scuola?

Dopo la conclusione della guerra di indipendenza nel 1783, i rapporti tra i neonati Stati Uniti d’America e l’ex madrepatria britannica erano tutto sommato positivi. Ad unire i due ex belligeranti, oltre alla comune appartenenza anglosassone, c’erano importanti interessi commerciali tra gli USA e la colonia britannica del Canada. Negli ultimi anni del XVIII secolo, la tendenza filo-britannica era forte negli Stati del nord-est (la regione del New England) e nel Partito Federalista, che aveva espresso il secondo presidente John Adams. Nel 1801, ad Adams successe Thomas Jefferson, il principale autore della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776. Jefferson, esponente del Partito Democratico-Repubblicano, era invece filo-francese, come dimostrò l’amichevole acquisizione della Louisiana da Parigi nel 1803.

Durante le guerre napoleoniche, gli Stati Uniti si mantennero ufficialmente neutrali. Tuttavia a Washington, prima sotto la presidenza Jefferson e dal 1809 sotto quella di James Madison, c’era irritazione per la pretesa britannica di arruolare marinai americani nelle proprie fila e di bloccare i commerci tra statunitensi e francesi. Inoltre, gli inglesi supportavano attivamente gli indiani dei territori del Mid-West per impedire l’ampliamento di Washington verso Ovest. Per tali ragioni, nel giugno del 1812 il presidente Madison dichiarò guerra al Regno Unito, nonostante l’opposizione degli Stati del New England e dei federalisti.

La netta superiorità numerica dovuta all’impegno britannico contro le armate di Napoleone in Europa facevano presupporre una rapida vittoria americana, con la possibilità di un’espansione territoriale anche in Canada, i cui non chiariti confini con gli Stati Uniti erano fonte di tensione. L’ottimismo di Madison venne però presto spazzato via dalla pronta reazione dei meglio addestrati inglesi, che respinsero tutti gli attacchi americani nella regione dei Grandi Laghi. Dopo poche settimane, le armate di Sua Maestà passarono al contrattacco e il 16 agosto 1812 occuparono la città di Detroit. Anche sul fronte marittimo, dopo alcuni iniziali successi statunitensi, la guerra volgeva a favore di Londra. Il 27 aprile 1813, l’esercito USA riuscì a occupare la città di York (l’odierna Toronto). Le truppe di Madison, frustrate da mesi di sconfitte, si lasciarono andare ad atti di devastazione in città, dove bruciarono importanti edifici pubblici, tra cui il Parlamento canadese. York venne ripresa dopo soli quattro giorni dall’esercito britannico.

Con la sconfitta di Napoleone in Europa, a partire dalla primavera del 1814 i britannici trasferirono migliaia di truppe esperte sul fronte americano. Il Maine venne stabilmente occupato e, nell’agosto dello stesso anno, le truppe di Sua Maestà si spinsero verso sud, marciando verso le principali città americane. Washington fu raggiunta il 24 agosto e, come vendetta per i fatti di York, vennero dati alle fiamme la residenza presidenziale e il Campidoglio. Solo un violento uragano salvò gli edifici dalla completa distruzione. In seguito ai lavori di restauro successivi, la residenza presidenziale prese il nome di “Casa Bianca”, per via della caratteristica tinteggiatura.

Pochi giorni dopo l’incendio di Washington, i britannici lasciarono la città e si diressero verso Baltimora, importante città fortificata. Gli statunitensi riuscirono a difendere la città e ad uccidere il comandante inglese Robert Ross. Alla battaglia di Baltimora è dedicata la poesia “The Defence of Fort McHenry” di Francis Scott Key, che oggi, sulle note della popolare canzone “To Anacreon in Heaven”, è l’inno degli Stati Uniti d’America. La conquista americana della città di Pensacola portò i britannici a cercare un accordo di pace. Sebbene fosse in vantaggio sul campo. il Regno Unito non aveva intenzione di riconquistare l’ex colonia e la situazione bellica iniziava a volgere a favore degli USA. Il 24 dicembre 1814 le due parti firmarono un trattato di pace nella città belga di Gand. Tragicamente, non essendo ancora stato inventato il telegrafo, la notizia impiegò alcune settimane a giungere in America e le due parti si sfidarono nella battaglia più sanguinosa della guerra a New Orleans il mese successivo, vinta brillantemente dagli statunitensi guidati dal futuro presidente Andrew Jackson.

Il Trattato di Gand riportò la situazione territoriale allo status quo ante bellum, ma la guerra non fu priva di conseguenze. Innanzitutto, sebbene non ci fu un chiaro vincitore, ci furono dei chiari sconfitti, e questi erano gli Indiani d’America. Utilizzati spregiudicatamente dagli inglesi in chiave anti-americana, i nativi dovettero soccombere alla superiorità tecnologica e militare statunitense. Negli anni immediatamente successivi alla guerra anglo-americana, vennero annessi alla federazione i territori di Indiana, Mississippi, Illinois, Alabama e Missouri. La “conquista del West” era definitivamente iniziata. La giovane nazione americana fu poi forgiata dallo scontro, che venne presentato come una seconda guerra di indipedenza. Infine, l’annosa questione dei confini tra Stati Uniti e Canada venne risolta fissando la demarcazione in corrispondenza del 49esimo parallelo e imponendo a entrambe le parti la smilitarizzazione dell’area di frontiera, situazione mantenuta ancora oggi. La guerra non lasciò strascichi d’odio tra le due nazioni anglosassoni, che ripresero a commerciare amichevolmente, ponendo le basi per una successiva solidissima alleanza

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